Diceva Pete Carril, storico allenatore di basket Usa, che più abiti vicino ai binari e più è probabile che vada forte sotto canestro. Per lui distanza dai binari era sinonimo di agio sociale e sportivo, di posti dove non sviluppi l’atteggiamento giusto per sfondare. L’applicazione calcistica di questo principio sta in campo a destra per l’Italia e si chiama Giovanni Di Lorenzo: domenica giocherà contro Sterling e l’Inghilterra a Wembley nella finale dell’Europeo, 4 anni fa era in C a Matera. Dove i binari ci sono ma di treni del grande calcio ne hanno visti pochi. E l’esterno azzurro è stato bravo a prendere il suo.

Costante Spesso ci si appassiona ai boom improvvisi, alle favole, ai Torricelli che passano dalla D alla Juve in pochi giorni. Quello di Di Lorenzo è diverso, il suo è un boom a volume crescente e costante. Per quanto rapida e ripida sia stata la sua ascesa, non ci sono mai gradini saliti tre alla volta. E quando ci si è messo il destino, lui l’ha marcato bene e gli è andato via in contropiede. Tipo nella sua prima esperienza da pro’: la Reggina, dov’era il capitano della Primavera, lo manda in prestito a Cuneo. Gioca in C, retrocede ma sempre da titolare, e si fa notare da Di Biagio che lo chiama prima in Under 20 e poi in Under 21. «Testa sulle spalle e piedi a terra – dice Ezio Rossi che lì lo allenava -, gli ho dato fiducia e lui mi ha restituito un rendimento impeccabile. Oltre che le doti, di lui mi colpì la famiglia. Io non sbaglio mai con le persone, me li ricordo i signori Di Lorenzo: persone serie, equilibrate, non come i tanti che pensano di avere un figlio fenomeno». Di Lorenzo torna alla Reggina l’anno dopo, assaggia l’aria della B e retrocede di nuovo. Uno yo-yo che ti può abbatte, spiazzare o come minimo bollare come giocatore di categoria, ma lui evidentemente all’equilibro era stato educato e molla zero. Pure quando la sorte gli gioca una carta più brutta.

Tra i sassiPerché un anno dopo la retrocessione la Reggina fallisce. È il luglio del 2015 e Di Lorenzo per quasi un mese è senza squadra. Poi arriva Mariano Fernandez, ds del Matera, che ad agosto lo prende da svincolato. E visto che tra piedi buoni ci si intende, qui trova in panchina Pasquale Padalino che lo mette sulla strada giusta: «Uso il 4-3-3, nelle prime gare lo schiero centrale e ci rivedo un po’ me stesso in campo, si propone, avanza con la palla, cerca il dialogo. Ci penso su e un giorno lo chiamo: “Giovanni, qua sei limitato, perdi il 70% del potenziale. Secondo me devi fare il terzino”. Lui dice subito di sì e ci si applica in maniera impressionante. Sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, una fame mai vista». L’anno dopo perfeziona l’arte sotto la gestione di Gaetano Auteri: «Appena lo vedo dico ai miei collaboratori: “Ma che ci fa questo in Serie C?”. Qualità fisiche di prim’ordine, tecnica e intelligenza, già valeva un Darmian che all’epoca era nel giro della Nazionale».

La scalata Il resto è storia recente e per Di Lorenzo la salita pare discesa, più va su e più dimostra di valere oltre il livello in cui arriva: Empoli, Napoli, l’esordio in Champions contro il Liverpool con Sadio Mané a cui non fa vedere palla. La Gazzetta gli dà 7: «Esame di maturità superato». Stessa cosa in azzurro: Mancini lo assaggia in stage, gli dà fiducia con Lichtenstein, Armenia ed Estonia, lo ripiazza nelle retrovie fino all’infortunio di Florenzi con la Turchia. «Ha avuto un’occasione e se l’è presa, con le stesse doti con cui è entrato nel calcio che conta, umiltà e prepotenza», fa Padalino. Con Auteri ogni 10 parole spunta un «solido» per descriverlo: «Ti accompagna o ti anticipa, ti legge, ha gamba, con lui nessuno gli va via facile».

Dal basso Siccome solida, umile e prepotente è tutta l‘Italia di Mancini, viene da pensare che è questione di dna. Perché Jorginho è stato il regista della Sambonifacese, Acerbi la roccia del Pavia, Belotti il centravanti dell’AlbinoLeffe, Pessina l’incursore del Monza. Perché Chiellini, Spinazzola, Verratti, Florenzi, Castrovilli, Insigne, Immobile e compagnia sono stati lucidati in B prima di splendere al piano di sopra. Perché se conosci il pane duro delle serie minori, e 19 azzurri su 26 l’hanno assaggiato – pure gli inglesi a dire il vero, Kane s’è fatto la terza serie al Leyton Orient -, quando ne provi di migliore sai pure come condirlo. Di Lorenzo qualche settimana fa l’ha fatta facile: «Ero disoccupato, ma non ho mollato, ci ho sempre creduto e ho trovato club che mi hanno fatto crescere». Detto da chi l’ha fatto davvero, tutto pare tranne che un luogo comune.