“Dà una gioia particolare vedere un ragazzo che fino a pochi anni fa giocava in Lega Pro a un passo dall’esordio in Nazionale. E poi quel tipo di ragazzo…». Mario Giuffredi è nella sede della Marat, a Casalnuovo, circondato da plastici di stadi in miniatura, maglie in cornice e articoli di giornali.
Giuffredi, a 26 anni l’Italia scopre Di Lorenzo. Ma fino ad adesso dove erano i club di serie A?
«È davvero una cosa difficile da capire. Io mi sono avvicinato a Di Lorenzo ai tempi del settore giovanile della Reggina e già allora era un calciatore di cui pensavo che potesse avere un futuro importante. Una volta andato via dalla Reggina durante gli anni ho continuato a dargli un’occhiata perché non riuscivo a capacitarmi di come un giocatore con quelle qualità fosse rimasto in Lega Pro. Fin quando poi non è arrivato ad Empoli dove, avendo dei calciatori in procura, ho avuto modo di seguirlo con molta più attenzione e dopo 4-5 mesi di campionato in serie B ho avuto la sensazione che potesse diventare un calciatore molto importante».

Come si arriva a scoprire un talento non più così giovanissimo?
«Senza pensare alla sua carta d’identità. Portiamo il nostro parametro di fare scouting dei giovani anche nella fase successiva, quando il calciatore è già formato. Quindi oggi, quando si va a vedere un calciatore in serie C o B, il nostro occhio deve essere proiettato verso quel calciatore per capire se può o non può giocare in serie A. Cosa si esamina? Struttura fisica e capacità di corsa, quindi se un giocatore è dinamico, veloce oppure lento e queste due cose messe insieme formano il motore di un calciatore che poi risulta fondamentale per poter giocare in serie A».

E Di Lorenzo?
«Le ha tutte. Compresi la maturità tattica, l’aspetto mentale, caratteriale e comportamentale che forse tra tutte le qualità sono quelle più importanti. Perché senza un’elevata capacità di queste ultime, non si arriva da nessuna parte».

A Napoli è felice?
«Di più. Mi ha regalato una statuetta di San Gregorio Magno con una dedica simpaticissima in cui scrive hai detto che devo farti una statua e mi hai portato nella città giusta per fartela».

C’è qualche non più giovanissimo che la serie A ha preso sottogamba?
«Emanuele Ndoj è un centrocampista di 23 anni che esordisce in A col Brescia quest’anno; Pezzella del Parma che farà 22 anni a novembre merita da tempo una big e poi in serie B ci sono due ragazzi come Kastanos che è a Pescara e La Gumina che non è un mio calciatore e gioca ad Empoli che potrebbero fare i titolari in mezza serie A. Ne dico un altro, pure non mio: Fabio Maistro della Salernitana».

Si è stupito per il mancato arrivo di Icardi?
«Io avrei messo la mano sul fuoco che qui sarebbe arrivato Pepé. Ero nel ritiro in Val di Sole, quando i due agenti dell’attaccante arrivarono in elicottero. Ci presentarono e rimanemmo per qualche minuto a parlare. La trattativa è saltata per le commissioni troppo alte».

Nel suo mondo c’è invidia?
«Io direi cattiveria, da parte di quelli che non perdonano il successo di chi è partito da zero e ha creato in nove anni una società come la Marat».

Perché non assiste anche gli allenatori?
«Negli ultimi tempi in tanti si sono offerti per le mie consulenze ma io preferisco i calciatori. L’unica eccezione la farei per Bielsa. Mi affascina come uomo e come tecnico. Come mi strega Arrigo Sacchi: il mio sogno è passare un pomeriggio con ciascuno di loro a sentirli parlare di calcio».